Tratto da RID (aprile 1990)

Andrea Nativi

24 Ore con il team NAMIBIA

Partecipare direttamente ad una esercitazione condotta da reparti per la ricognizione a lungo raggio è, da un punto di vista professionale, molto interessante. Dobbiamo confessare però che sul piano umano un'esperienza di questo genere può mettere a dura prova la dedizione del più entusiasta redattore.
Il nostro incontro con la Compagnia 17 inizia in una fredda domenica pomeriggio, in una cittadina presso Berna, con un breve briefing preliminare tenuto dal Col. Gratzer, nostra guida e contatto nei prossimi tre giorni.


Due componenti del team Namibia, al riparo delle fronde di un abete, scrutano il terreno circostante con i binocoli prima di riprendere la marcia di avvicinamento all'obiettivo.

L'inizio dell'attività è fissato per l'indomani mattina. Avendo cortesemente declinato la proposta di prendere parte al lancio notturno insieme ai granatieri (a tutto c'è un limite!), decidiamo di raggiungere in jeep la LZ (landing zone).
Appuntamento alle 04.00, in completa tenuta operativa. Siamo stati invitati a portare con noi quanto necessario per un paio di giorni di esercitazioni, mettendo in preventivo almeno una nottata "sul terreno". Ecco perchè gli zaini sono così maledettamente stipati e ... pesanti.
La jeep percorre stradine in collina, è buio, una nebbia lattiginosa impedisce alla luce delle stelle di filtrare. La temperatura esterna corrisponde a quanto ci si può aspettare in una nottata di fine Novembre in bassa montagna....
Finalmente, arrampicandoci per una serie di mulattiere, raggiungiamo la zona d'atterraggio. Le condizioni atmosferiche hanno consigliato di selezionare un'area montagnosa ad una quota di circa 1000m..
L'aria è tersa e la visibilità accettabile: del resto in una situazione operativa i granatieri cercherebbero di sfruttare la copertura offerta dalla notte e dal maltempo per procedere ad una infiltrazione "discreta".
Intorno a noi neve, dirupi, boschi d'abeti: non è certo lo scenario ideale per un lancio notturno ma, operando nel teatro svizzero, LZ di questo tipo costituiscono la norma.
I Pilatus PORTER utilizzati per l'operazione sono decollati alle 05.00: il lancio è imminente.
Quando si riesce a percepire il motore del PC-6 in piena virata i parà sono già saltati. E' un lancio HAHO; gli uomini cercheranno di raggiungere la LZ veleggiando per almeno una ventina di chilometri.
Discutiamo le difficoltà del lancio; la temperatura in quota è inferiore ai 15° C° sottozero, la navigazione non è facile: in tempo di pace non è prevista alcuna misura di oscuramento e le luci possono confondere i paracadutisti che lentamente scendono verso l'obiettivo.
Tentiamo invano di individuare le "ali" del primo team. Quando uno dei militari a terra punta il dito verso il cielo, i parà sono vicinissimi, sono già entrati in una stretta spirale discendente, uno dietro l'altro.
Un fruscio, la calotta grigia del paracadute-ala si confonde perfettamente contro lo sfondo blu scuro; ecco che il primo granatiere effettua le correzioni finali, tira le maniglie, resta un attimo sospeso e quindi atterra.
Il terreno è scosceso, eppure tutti riescono a completare l'atterraggio senza evidenti problemi. In un attimo i cinque uomini si tolgono le imbragature e iniziano a ripiegare i paracadute.
Il volo non è stato facile. Venti contrari in quota hanno portato un secondo team a finire "corto", a circa un chilometro dalla zona prevista.
Altri tre teams raggiungono la LZ; l'operazione è completata mentre inizia ad albeggiare.
Ovviamente in una situazione reale a ciascun team sarebbe stato assegnato una diversa LZ ma, per evitare complicazioni logistiche, in questa esercitazione i 5 teams sono stati concentrati in un'unica area.
Mentre procediamo alle prime interviste sopraggiungono gli ultimi cinque uomini: sono finiti tra le creste coperte di neve che intravediamo in lontananza, ma sono comunque riusciti a raggiungerci entro il tempo limite.
Le operazioni HAHO in un ambiente come quello svizzero non sono uno scherzo.
Non c'è molto tempo per i convenevoli; veniamo "assegnati" ad uno dei teams operativi che seguiremo per qualche tempo.
Zaino in spalla, sono le 07.20 quando iniziamo la discesa attraversando i boschi.
Teniamo un passo sostenuto, ma per mantenere la copertura della vegetazione ed evitare i sentieri siamo costretti a compiere un lungo giro.
Non è prevista attività nemica in questa zona, ma si mantengono comunque distanze di sicurezza, procedendo in assoluto silenzio.
La luce schermata che filtra attraverso i rami è appena sufficiente, incontriamo nuovamente foschia e nebbia mentre procediamo verso valle.
In un paio di occasioni rischiamo un "volo" non programmato, destando l'ilarità tra i nostri compagni, ma il peso dello zaino e il ritmo imposto ci creano seri problemi.
Per la navigazione utilizziamo bussola e carte non segnate, ma orientarsi in un bosco, senza punti di riferimento precisi, non è semplicissimo.
Sono le 08.30 quando raggiungiamo il punto di controllo. Dopo pochi minuti saliamo su un bus, che ci porterà nell'area operativa.
In un'operazione reale tutto l'avvicinamento sarebbe effettuato a piedi, possibilmente nelle ore notturne.
Durante il trasferimento abbiamo modo di conoscere i componenti del nostro team, tutti molto giovani, inclusi i due ufficiali.
In comune hanno un grado di istruzione elevato, con una formazione prevalentemente tecnico-scientifica ed una passione per il paracadutismo. In media hanno all'attivo un migliaio di lanci con tecniche HAHO, HALO, LALO etc..
Mentre discorriamo, il veicolo attraversa alcuni paesini, incrociando unità in movimento: l'esercitazione coinvolge circa 30.000 uomini appartenenti a tutte le armi e specialità.
In Italia organizzare esercitazioni di tale entità, a partiti contrapposti e schema prevalentemente libero, sarebbe impossibile.
In Svizzera questi "giochi" sono la norma e gli inevitabili impacci delle attività civili sono accettati senza discussioni: per essere credibile, la neutralità deve essere supportata da uno strumento militare efficiente ed addestrato.
Sospendiamo queste riflessioni quando raggiungiamo il "meeting point", all'interno di un fitto bosco in fondo ad una valle.
Un ufficiale di Stato Maggiore ci illustra lo scopo dell'esercitazione e la nostra missione. Si suppone che i partiti "Giallo" e "Verde", dopo un periodo di accresciuta tensione, abbiano dato inizio a schermaglie che sembrano preludere ad uno stato di guerra. Due giorni orsono unità meccanizzate "gialle" hanno sconfinato in Svizzera, cercando di conquistare alcune posizioni chiave in vista di un attacco al dispositivo "Verde". Una unità di fanteria "Blu" cercherà ora di contenere l'avanzata "gialla", che si svolge intorno al lago di Costanza, provvedendo in un secondo tempo a respingere l'invasione.
I teams da ricognizione della Compagnia 17 opereranno in supporto della fanteria Blu, acquisendo tutte le informazioni necessarie.
In particolare il nostro team, denominato Namibia, sarà impiegato lungo un corso d'acqua che probabilmente le forze avversarie cercheranno di attraversare.
Completato il briefing, iniziamo l'infiltrazione vera e propria: circa 5 km, attraverso colline e boschi, cercando di evitare contatto non solo con il nemico, ma anche con eventuali reparti "amici".
Ci approssimiamo alla zona operativa ed è opportuno fissare il campo base.
La scelta ricade su una baracca utilizzata da taglialegna, sul fianco di una montagna.
Una accurata ricognizione per evitare sorprese ed ecco l'atteso ordine "zaini a terra".
Dopo pochi minuti gli uomini del team iniziano a stendere i dipoli della trasmittente, cercando per quanto possibile il mascheramento. Il Comandante ci invita ad accompagnarlo
in una ricognizione preliminare. Mentre scendiamo tra gli alberi ci suggerisce di memorizzare punti di riferimento e sentieri, consiglio che si rivelerà prezioso.
Ecco il corso d'acqua: la nebbia si è levata e con i binocoli possiamo controllare un'ampio tratto di terreno. Scendendo lungo l'argine troviamo quanto cerchiamo. Una serie di pali piantati in mezzo al letto del fiume e gli argini parzialmente sbancati rivelano una intensa attività in vista del lancio di un ponte. La struttura consentirà il passaggio di veicoli ruotati e blindati leggeri. Il ponte sarà completato durante le ore notturne. La mattina successiva avverrà il forzamento del fiume.
Strisciando nella boscaglia per evitare possibili pattuglie in ricognizione ci avviciniamo il più possibile.
Ed ecco la sorpresa: alcune unità hanno già attraversato il fiume (il livello dell'acqua non è "impossibile") ed una batteria missilistica RAPIER è stata collocata a protezione del ponte.

L'operatore radio prepara la sua apparecchiatura alla trasmissione subito dopo aver raggiunto un rifugio naturale nel bosco.
Lungo il fianco della collina prospicente il "ponte" intravediamo una rampa, posta ai limiti di un bosco. Un controllo accurato con i binocoli e riusciamo ad individuare il radar: probabilmente una vicina fattoria è usata come comando.
E' bene non sfidare la fortuna, con cautela ci ritiriamo e ritorniamo quindi al nostro accampamento.
Sono quasi le 15.00, possiamo rifocillarci e riposare per qualche ora; appena buio entreremo in azione.
Il Comandante ci chiama poco prima delle 18.00: il team si dividerà in due sezioni, la prima attraverserà il fiume per raggiungere un centro abitato in prossimità del quale è possibile si siano concentrate le forze avversarie, la seconda sezione scenderà lungo la riva del fiume per sorvegliare la costruzione del ponte, attendendo l'attraversamento delle truppe.
Siamo aggregati alla seconda sezione con un incarico ben preciso: raggiungere la postazione missilistica sulla riva sinistra del fiume ed accertare entità e dislocazione delle forze, quindi sganciamento e rientro alla base per il rapporto.
Riceviamo in consegna i binocoli, una bussola, una minuscola torcia elettrica schermata ed una mappa priva di indicazioni. Usciamo all'aperto, è buio e l'onnipresente foschia è già densa.
Qualche minuto per abituare gli occhi, poi in marcia, ci inoltriamo nel bosco.
In realtà il buio non è mai totale e con un qualche sforzo si riesce ad intravedere l'ombra del compagno che ci sopravanza. Si procede lentamente, talvolta a tentoni. Siamo partiti alle 18.00 e impieghiamo quasi due ore prima di sbucare ai margini dei campi che costeggiano una strada asfaltata. Il fiume è oltre la scarpata che scende dal ciglio della strada. Un augurio e i due granatieri spariscono tra i cespugli: resteranno per lunghe ore acquattati in un OP provvisorio, a pochi passi dalle sentinelle "nemiche".
Ci muoviamo; possiamo distinguere a qualche centinaio di metri le luci dei mezzi del genio al lavoro ed i posti di blocco lungo la strada: i nostri compagni non avranno vita facile.
Saliamo costeggiando il bosco, appena una sosta per controllare la mappa.
Ecco la fattoria, l'obiettivo è ora molto vicino.
Avanzando nella boscaglia ogni ramo spezzato rischia di rilevare la nostra presenza. Prudenza! Un rumore lontano basta per spingerci a cercare un riparo.
Attendiamo una diecina di minuti, poi udiamo un vociare sommesso e un gruppo di militari passa a meno di cinquanta metri da noi.
I RAPIER sono ben protetti!
Con la massima circospezione si riprende il cammino; la visibilità è ridotta a pochi metri.
Poche decine di metri separano le propaggini del bosco dalla fattoria. Non c'è scelta, dobbiamo provare a passare, tentare attraverso il bosco è troppo rischioso.
Strisciamo, poche luci accese, nessuno in vista. Il mio collega si alza, pensa di aver superato l'ostacolo.
Un "placcaggio" feroce ci salva dal disastro.
Una fioca luce rossa ha rilevato appena in tempo la presenza di una sentinella che inganna il tempo fumando. A meno di dieci metri da noi.
Niente da fare, la temerarietà in questi casi non paga, ci ritiriamo appostandoci nella vegetazione e, ora dopo ora, prendiamo nota delle posizioni e dei cambi delle sentinelle, del rientro delle pattuglie, del numero di veicoli parcheggiati.
Senza NVG (Night Vision Goggles) è un lavoro sfibrante.
Rimanendo immobili nel sottobosco il freddo fa sentire i suoi effetti ed a poco serve l'equipaggiamento invernale.
Nella fattoria è installato un piccolo comando tattico e la sorveglianza è molto stretta, più volte rischiamo di essere individuati.
Con mille cautele procediamo allo sganciamento; il rientro alla "base" richiede un paio d'ore e più volte sbagliamo strada.
Rientrati alla baracca immediato rapporto.
Le informazioni vengono trasmesse al comando "Vanessa".
I nostri colleghi sono già rientrati, la costruzione del ponte procede celermente e i due granatieri torneranno in posizione tra poche ore.
Alle 05.00 veniamo prelevati da un giudice di campo sopraggiunto in jeep.
Alle 06.00 è fissato un incontro con il Comandante della compagnia; la nostra esperienza in "action" è finita.
I membri del team NAMIBIA sono ancora in attività, per loro l'esercitazione si concluderà tra qualche giorno, altre nottate insonni sono in programma.
Le nostre impressioni sul ruolo dei reparti LRRP è confermato.
E' un compito ingrato e difficile che oltre ad un equipaggiamento speciale richiede nervi saldi, un'eccezionale resistenza fisica ed uno specifico addestramento: doti che fortunatamente non sono richieste ai redattori specializzati!!!

Un militare della Compagnia 17 intento a consultare una mappa. Sotto: un gruppo di granatieri paracadutisti in caduta libera. L'esercitazione cui abbiamo preso parte ha comportato l'impiego della tecnica HAHO.